L’OPINIONE – PREVIDENZA
DI DANIELE CIRIOLI | 6 NOVEMBRE 2026
La rivalutazione del montante contributivo del 6,3359% aiuta le pensioni in uscita nel 2027, ma non basta a migliorare il risultato: requisiti più elevati e coefficienti di trasformazione ridotti.
La previdenza contributiva lega il valore della pensione, almeno in linea teorica, alla ricchezza prodotta dal Paese. Lo fa, in particolare, agendo sui contributi che sono versati durante la vita lavorativa. Per questo, la pensione subisce le oscillazioni del Prodotto Interno Lordo che si verificano durante gli anni di lavoro: se il Pil cresce, il montante contributivo ne beneficia, se, invece, decresce, il montante contributivo sale poco o per niente. Chi andrà in pensione nel 2027 potrà contare su una rivalutazione dei contributi del 6,3359%, ben superiore al 4,0445% riconosciuto quest’anno. È una buona notizia, certamente. Ma sarebbe un errore leggerla come un “miglioramento generalizzato” delle prospettive pensionistiche. Il dato, infatti, va collocato nel quadro delle altre novità che interesseranno l’universo delle pensioni del prossimo anno: l’aumento di 1 mese dei requisiti per il pensionamento e la revisione, al ribasso, dei coefficienti di trasformazione, che ridurrà l’importo dell’assegno a parità di montante ed età di uscita. Il risultato è un sistema nel quale una componente del calcolo migliora sensibilmente, mentre le altre due si muovono in direzione opposta. Il montante cresce, ma per andare in pensione occorrerà attendere più a lungo e il capitale contributivo sarà convertito in una rendita meno favorevole. La rivalutazione, dunque, allevia gli effetti delle altre novità, senza cancellarli.
La pensione contributiva
La novità riguarda il calcolo della pensione con la c.d. regola contributiva, in base alla quale il suo importo è pari a una percentuale di tutti i contributi versati durante l’intera vita lavorativa (in genere pari al 33% del reddito, stipendio o retribuzione da lavoro).
La regola prevede che:
- la somma dei contributi costituisce il c.d. montante contributivo;
- il montante è rivalutato annualmente, con un tasso legato all’andamento del Pil nominale;
- al momento del pensionamento, l’importo annuo della pensione è determinato applicando al montante contributivo (rivalutato) il coefficiente di trasformazione previsto dalla legge, che varia in base all’età di pensionamento, da 57 fino a 71 anni, e aggiornato ogni due anni.
Tre passaggi distinti, dunque, che concorrono a determinare un unico risultato: l’importo della prestazione. La rivalutazione del 6,3359% è legata all’andamento del Pil nominale nei 5 anni precedenti il 2026. Il valore, ufficializzato dall’ISTAT con nota n. 2582754/2026, che è stata pubblicata dal Ministero del Lavoro, risente in misura significativa del forte recupero economico dell’anno 2021, dopo la contrazione provocata dalla pandemia. Non è, quindi, un incremento ordinario e non può essere considerato un parametro destinato a ripetersi automaticamente negli anni successivi. Per trovare un tasso superiore bisogna tornare al 1995, quando la rivalutazione raggiunse il 6,5726%. La serie storica, che parte dal 1976, mostra come dopo quella data i valori siano progressivamente diminuiti, fino a registrare anche due variazioni negative, nel 2014 e nel 2021. È un andamento che ricorda quanto la previdenza contributiva sia esposta alla dinamica economica generale: beneficia della crescita, ma non è immune dalle fasi di stagnazione o contrazione.
Non è un bonus
C’è, tuttavia, un aspetto sul quale vale la pena soffermarsi. La rivalutazione del montante non è un bonus, né una concessione fatta dallo Stato. È una componente strutturale del metodo contributivo, necessaria per preservare nel tempo il valore dei contributi accumulati. Il suo obiettivo è evitare che somme versate anche molti anni prima perdano progressivamente significato rispetto all’evoluzione dell’economia. Per questo motivo, il dato del 2027 va accolto positivamente, ma senza attribuirgli un significato che non possiede. La crescita del Pil restituisce valore ai contributi e migliora il montante previdenziale, ma non è sufficiente, da sola, a garantire un assegno più elevato (in assoluto). Perché il risultato finale dipende anche dall’età di pensionamento e, in particolare, dai coefficienti di trasformazione. Proprio qui emerge il limite di una lettura isolata dei singoli indicatori previdenziali. Un sistema non si valuta guardando solo alla rivalutazione annuale o ai requisiti di accesso, ma considerando l’effetto combinato di tutte le variabili. E il bilancio per il 2027, sotto questo profilo, resta meno favorevole di quanto il dato del Pil potrebbe far pensare.
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