4° Contenuto riservato: Trasferimento del ramo d’azienda e subentro nell’appalto: la sentenza della Cassazione

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25 AGOSTO 2025


Il sottosegretario al Lavoro, Claudio Durigon, ha annunciato lo stop all’aumento di tre mesi dei requisiti previdenziali per andare in pensione dal 2027. Ma, questa volta, a poche settimane dal varo della legge di Bilancio per il prossimo anno, l’avviso appare più impegnativo per il governo.

Tanto più che Durigon rassicura sul via libera del Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: “Ho già parlato con il ministro Giorgetti incontrando la sua disponibilità a inserire il provvedimento all’interno della legge di bilancio”. Rimane da definire, però, se l’intervento sarà generalizzato, come sembra evidente dall’annuncio, o se riguarderà solo i lavoratori che, avendo stipulato accordi di esodo con le rispettive aziende, rischierebbero di trovarsi senza assegno e senza stipendio tra un anno e mezzo.

Il capitolo pensioni della manovra, però, non conterrà solo la sterilizzazione dell’incremento accennato. Vi è, infatti, una nuova conferma dell’ipotesi di allargare le maglie per la pensione contributiva a 64 anni. Si cercherà di “rafforzare” – spiega Durigon dal Meeting di Rimini – il canale che consente di accedere al pensionamento anticipato con 64 anni e 25 di contributi purché il futuro assegno sia pari ad almeno tre volte il trattamento minimo, utilizzando anche la rendita complementare. La soglia dei 64 anni “mi sembra possa essere giusta e adeguata rispetto all’attuale mondo del lavoro”.

Confermata anche la fine di Quota 103 dal 2026, in ragione dello scarso utilizzo.

Ma torniamo al meccanismo che lega gli incrementi dell’aspettativa di vita agli aumenti dei requisiti previdenziali. Sappiamo che dalle ultime tabelle dell’Istat nel biennio 2027-2028 i requisiti per il pensionamento dovrebbero essere adeguati di tre mesi. L’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe salire da 67 a 67 anni e 3 mesi, mentre per la pensione cosiddetta anticipata (a prescindere dall’età) si passerebbe da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e un mese per gli uomini e da 41 anni e 10 mesi a 42 anni e un mese per le donne.

In più occasioni, però, è arrivata la rassicurazione sul possibile congelamento dello scatto. Ma, ogni volta, ci si è fermati dal tradurre l’intenzione in fatti e atti davanti al nodo dei costi, sui quali, però, le divergenze sono rilevanti tra la Ragioneria generale dello Stato che stima il costo del fermo in 300-400 milioni di euro e l’Inps, che arriva addirittura a parlare di 3-4 miliardi di euro. La valutazione dell’Istituto di previdenza è apparsa, però, fin da subito eccessiva, tanto più che lo stop riguarderebbe solo il biennio indicato e non il meccanismo in quanto tale.

Il presidente dell’Inps, Gabriele Fava, avvisa: “È il legislatore che decide su questi temi, sono di sua competenza. Quindi, noi come Inps, come soggetto attuatore, ci atteniamo scrupolosamente e cercheremo di attuare le linee legislative nel miglior modo possibile”.

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