4° Contenuto Riservato: Ristrutturazione del debito: non tassabili le sopravvenienze da stralcio assorbite dalle perdite fiscali

L’OPINIONE

DI ANDREA BONGI | 29 MAGGIO 2026

Accordi di ristrutturazione del debito: non tassabili le sopravvenienze da stralcio dei debiti anche se di importo inferiore alle perdite fiscali e agli interessi passivi e oneri assimilati. È questa la corretta interpretazione che deve essere data al comma 4-ter dell’art. 88 del TUIR secondo la Corte di Cassazione. Tale principio di diritto è contenuto nella recente ordinanza n. 6763/2026 del 20 marzo  scorso secondo il quale: “Ai sensi dell’art. 88, comma 4-ter, TUIR, deve escludersi che costituisca sopravvenienza attiva tassabile non solo l’eccedenza dei debiti stralciati per effetto della ristrutturazione prevista dall’art. 182-bis l. fall.  (oggi art. 58 CCII) rispetto alle perdite, di periodo e pregresse, calcolate nel loro valore integrale, agli interessi passivi ed agli oneri assimilati, ma anche, nella diversa ipotesi in cui i debiti stralciati siano pari o inferiori alle dette perdite, agli interessi passivi ed agli oneri assimilati, l’importo dei detti debiti, dovendo ritenersi assorbiti nel monte delle perdite”.

Il quadro normativo e la ratio della disciplina

L’ordinanza in questione della Corte di Cassazione interviene su un tema molto delicato e complesso oggetto di novità normative anche recenti: il trattamento delle sopravvenienze attive derivanti da accordi di ristrutturazione dei debiti.

Tutto ruota sulla corretta interpretazione e applicazione dell’art. 88, comma 4-ter, seconda parte, del TUIR. Tale disposizione prevede infatti espressamente che:

“In caso di concordato di risanamento, di accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis del Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267, ovvero di un piano attestato ai sensi dell’articolo 67, terzo comma, lettera d), del citato regio Decreto n. 267 del 1942, pubblicato nel Registro delle imprese, o di procedure estere a queste equivalenti, la riduzione dei debiti dell’impresa non costituisce sopravvenienza attiva per la parte che eccede le perdite, pregresse e di periodo, di cui all’articolo 84, senza considerare il limite dell’ottanta per cento, la deduzione di periodo e l’eccedenza relativa all’aiuto alla crescita economica di cui all’articolo 1, comma 4, del Decreto-Legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla Legge 22 dicembre 2011, n. 214, e gli interessi passivi e gli oneri finanziari assimilati di cui al comma 4 dell’articolo 96 del presente testo unico”.

Nello spirito del legislatore ciò che davvero è importante è agevolare, anche sotto il profilo fiscale, il ritorno in bonis della società evitando una tassazione “fittizia” su vantaggi contabili derivanti dal sacrificio dei creditori che potrebbe vanificare le risorse finanziarie necessarie al risanamento stesso.

La suddetta disposizione sancisce l’irrilevanza fiscale delle sopravvenienze da ristrutturazione, disponendo che esse non costituiscano reddito per la parte che eccede le perdite, computate integralmente senza il limite dell’80%.

L’errore della sentenza di appello e la posizione della Suprema Corte

L’intervento in materia della Suprema Corte si è reso necessario a causa di una palese violazione e falsa applicazione di legge presente nella sentenza di appello.

I giudici dell’appello avevano infatti adottato una lettura letterale e restrittiva della norma in questione, sostenendo che anche se lo stralcio dei debiti è inferiore alle perdite fiscali, tale somma debba essere comunque tassata integralmente ai fini IRES.

Di avviso totalmente opposto l’ordinanza in commento nella quale la Suprema Corte chiarisce che la norma mira a un equilibrio: impedire che l’impresa mantenga perdite fiscali utilizzabili per il futuro dopo aver beneficiato di un’esdebitamento, ma senza con ciò trasformare tale compensazione in un’imposizione immediata.

Le ricadute operative per professionisti e imprese

Ritenere infatti tassabile la sopravvenienza “assorbita” dalle perdite – come sostenuto ovviamente anche dall’Agenzia delle Entrate – significherebbe sottoporre l’impresa a una duplice tassazione della medesima posta positiva, violando così il principio di capacità contributiva.

Interpretazione della Cassazione tende dunque ad un approccio restrittivo prevedendo che la sopravvenienza generata in un accordo di ristrutturazione è sempre fiscalmente irrilevante; se inferiore alle perdite, viene semplicemente assorbita da queste senza generare alcun carico tributario.

Le perdite fiscali costituiscono dunque una sorta di scudo integrale (senza limite dell’80%). La sopravvenienza generata dalla riduzione dei debiti consuma le perdite fiscali ma non concorre alla formazione di un reddito imponibile.

Ritenere i debiti stralciati quale sopravvenienza attiva tassabile – si legge nell’ordinanza in commento – comporterebbe una duplice tassazione della medesima posta positiva. Infatti, così opinando, il detto componente positivo non solo eroderebbe il monte delle perdite, che non potrebbero essere portate negli anni successivi, ma sarebbe contestualmente (ed autonomamente) tassabile.

La pronuncia in commento fornisce dunque una certezza operativa per i professionisti che operano nell’ambito della crisi e del risanamento dell’impresa.

Grazie a questa interpretazione sarà infatti possibile calcolare, con sufficiente certezza, l’impatto fiscale della riduzione dei debiti proposta tramite un accordo di ristrutturazione o di una composizione negoziata, senza il rischio che un debito d’imposta inatteso finisca per erodere la finanza destinata ai creditori.

La neutralità fiscale dello stralcio è ora definitivamente ancorata al principio dell’assorbimento integrale dell’entità delle perdite fiscali presenti nella società oggetto di accordo o di ristrutturazione del debito.

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