L’OPINIONE
DI DANIELE CIRIOLI | 2 SETTEMBRE 2026
L’Italia non ha un salario minimo legale, ma dispone di una struttura retributiva tra le più articolate d’Europa. I veri problemi, però, sono altri: salari faticano a recuperare l’inflazione; rinnovi contrattuali lenti; produttività stagnante; un cuneo fiscale ancora elevato.
C’è un paradosso nel modo in cui si parla di salari in Italia. Da una parte ci si chiede da anni se serva un salario minimo per legge; dall’altra si osserva l’esistenza di uno sperimentato sistema in cui i lavoratori dipendenti, almeno sulla carta, dispongono di una delle strutture retributive più articolate d’Europa. È questa la sorpresa che emerge dal confronto con altri Paesi europei, evidenziata nell’Approfondimento della Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro, pubblicato il 6 agosto. In Italia non esiste una soglia salariale fissata dalla legge, ma la retribuzione non si esaurisce nella paga base. Dentro il trattamento economico rientrano tredicesima, eventuali altre mensilità aggiuntive, TFR, ferie, permessi, tutele per malattia e maternità e altri istituti definiti soprattutto dalla contrattazione collettiva. È la logica del “trattamento economico complessivo”, il TEC, valorizzata anche dalla recente disciplina sul “salario giusto”.
Il confronto con l’Europa
Il confronto con Grecia, Irlanda e Olanda aiuta a capire perché il solo salario minimo non possa diventare il metro per stabilire quale sistema sia più favorevole ai lavoratori. In Grecia, per esempio, esiste una soglia legale e sono previste gratifiche aggiuntive, ma sul terreno della malattia e della cessazione del rapporto il sistema italiano offre garanzie più ampie. In Irlanda il minimo è elevato, ma tredicesima e altre mensilità non sono diritti di legge e manca un vero TFR. In Olanda il salario minimo è ancora più alto, ma il modello presenta tutele diverse, come il bonus vacanze e una particolare protezione in caso di malattia. Insomma, non conta soltanto quanto vale un’ora di lavoro, ma quanto vale complessivamente il lavoro nel corso dell’anno. È qui che il modello italiano mostra la sua forza, ma anche la sua debolezza.
Le peculiarità italiane
Una cosa, infatti, è la struttura della retribuzione, un’altra cosa la sua dinamica. Si può costruire un sistema ricco di istituti e, nello stesso tempo, avere lavoratori i cui salari perdono potere d’acquisto: è esattamente ciò che è accaduto (e ancora succede) in Italia. Nel 2025 le retribuzioni nominali sono cresciute del 3% e quelle reali dell’1%, ma i salari reali sono rimasti quasi il 3% sotto il livello del 2019. Se allarghiamo lo sguardo al decennio 2015-2025, il quadro è ancora più netto: le retribuzioni del settore privato sono aumentate del 20,8%, quelle del pubblicodel 16,1%, mentre l’inflazione cumulata è arrivata al 24,2%. Qui il dibattito sul salario minimo rischia di fermarsi alla superficie. Il problema italiano non è soltanto quanto viene garantito alla partenza, ma quanto quella garanzia riesce a valere nel tempo. E il tempo, nel sistema italiano, è diventato un problema. Se la contrattazione collettiva è il principale strumento attraverso cui si aggiornano le retribuzioni, i ritardi nei rinnovi diventano una perdita concreta per i lavoratori. Alla fine del 2025 il 42,2% dei lavoratori era coperto da contratti scaduti e l’attesa media per il rinnovo era di 18,2 mesi. Poi c’è il cuneo fiscale e contributivo. Sempre nel 2025, per un lavoratore single senza figli, il tax wedge è stato pari al 45,8% del costo del lavoro, contro una media Ocse del 35,1%. Un dato migliorato rispetto all’anno precedente, ma che continua a collocare l’Italia tra i Paesi con il maggiore peso del prelievo sul lavoro.
Non un salario minimo, ma adeguato
La domanda da porsi, allora, non è semplicemente: serve o non serve il salario minimo? Ma è un’altra e più seria: come facciamo a trasformare una struttura retributiva ricca di tutele in salari realmente capaci di crescere, recuperare l’inflazione e restituire al lavoro una quota maggiore della ricchezza prodotta? Perché un sistema può essere molto protettivo sulla carta e diventare poco efficace se i contratti arrivano tardi, laproduttività ristagna e una parte troppo grande del costo del lavoro non finisce nella busta paga. Il vero paradosso italiano sta tutto qua: sono state costruite molte tutele intorno al salario, molti “diritti”, ma non si è ancora riusciti a far crescere abbastanza lo stesso salario.
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