4° Contenuto riservato: Il TFR non basta più: si parla anche di terzo pilastro

L’OPINIONE

DI DANIELE CIRIOLI | 18 SETTEMBRE 2026

Il TFR non basta più. Da luglio è obbligatorio anche il versamento del contributo, per chi sceglie di farsi una pensione di scorta attraverso la previdenza integrativa (quella dei Fondi pensione, per capirsi meglio). E intanto già si parla di “terzo pilastro”.

C’è un aspetto dell’ultima riforma della previdenza integrativa che merita più attenzione: il Legislatore sta trasformando il secondo pilastro a componente sempre più istituzionale del sistema previdenziale. Non è più soltanto questione di destinazione del TFR. Il punto vero è che, una volta imboccata la strada della previdenza integrativa, il meccanismo tende a trascinarsi dietro la contribuzione. Il contributo, infatti, non è più semplicemente una facoltà ulteriore, affidata alla volontà del lavoratore: è diventata parte strutturale, che deve essere sempre versato. È un cambiamento importante, che va letto al di là degli aspetti tecnici della nuova disciplina.

Dove eravamo

Per anni la previdenza complementare è stata presentata come una scelta. Infatti, liberamente il lavoratore poteva destinare il proprio TFR a un fondo pensione, oppure lasciarlo in azienda. Poi è arrivato il silenzio-assenso (riforma del 2005, ma in vigore dal 2007), con l’introduzione di una prima forma di automatismo, nella convinzione che il principale ostacolo alla diffusione dei Fondi fosse l’inerzia del lavoratore. Adesso, dallo scorso mese di luglio 2026, il Legislatore ha compiuto un salto in avanti: non si è limitato a favorire l’adesione, ma ha istituzionalizzato il versamento contributivo. La ragione è comprensibile. Nel sistema contributivo, soprattutto per i giovani, la pensione pubblica rischia di non essere sufficiente. Occorre quindi costruire una previdenza integrativa. Ma proprio qui sta il problema.

Di quanti pilastri abbiamo bisogno?

Il sistema previdenziale italiano ha già due pilastri: il primo è quello pubblico, fondato sulla contribuzione obbligatoria; il secondo è quello della previdenza complementare. Ora si discute della necessità di aggiungere un terzo pilastro, quello della previdenza individuale, attraverso ulteriori forme di risparmio personale. Ma c’è un punto che andrebbe affrontato a monte e con maggiore franchezza: chi paga tutto questo? Il lavoratore già versa i contributi obbligatori all’INPS, come pure l’azienda. Poi può destinare il TFR alla previdenza complementare e con il nuovo meccanismo, a quella scelta va collegato stabilmente anche il pagamento del contributo al fondo. La domanda viene spontanea: quanta parte del reddito di un lavoratore è possibile vincolare oggi per garantirgli una pensione domani? La risposta non può essere data soltanto guardando al bilancio previdenziale. Un giovane lavoratore non ha soltanto una pensione da costruire: ha una vita da vivere. Deve pagare una casa, crescere dei figli, affrontare periodi di disoccupazione, sostenere il costo della formazione, restituire un mutuo. Molto spesso parte da un salario che non consente grandi margini di risparmio. Chiedergli di accantonare una quota crescente del proprio reddito per la vecchiaia può essere razionale dal punto di vista previdenziale, ma socialmente non è una scelta neutrale. Perché significa farlo rinunciare a un reddito disponibile oggi, per compensare una prestazione pensionistica insufficiente domani.

La riforma che manca

Se le pensioni dei giovani rischiano di essere basse, bisogna chiedersi perché: perché i salari sono insufficienti, perché si entra tardi nel mercato del lavoro, perché le carriere sono sempre discontinue, perché la popolazione invecchia e diminuisce il numero dei lavoratori rispetto ai pensionati. Sono questi i problemi su cui dovrebbe concentrarsi una vera riforma. Perché la pensione non si costruisce soltanto con il risparmio: si costruisce soprattutto con il lavoro. Se la risposta alla domanda “come avrà una pensione adeguata un giovane di oggi?” continuerà a essere soltanto “mettendo da parte altri soldi”, allora non avremo riformato la previdenza. Avremo semplicemente spostato sul lavoratore il costo delle sue insufficienze.

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